Il mare beve me stesso di Cagnetta: anatomia del dolore

Il mare

Il mare beve me stesso è la raccolta poetica di Francesco Cagnetta pubblicata da Arcipelago Itaca nel 2021.

La raccolta si snoda lungo tre sezioni di diversa lunghezza. La prima, la più corposa, rende possibile al lettore inoltrarsi gradualmente nelle riflessioni del poeta, mentre il ritmo incalzante e l’aspetto ibrido fra poesia e monologo creano un’immediata connessione fra fruitore e realtà versificata.

Il poeta traccia l’anatomia di un dolore che dal particolare del primo componimento si estende via via all’universale e lo abbraccia, pur non abbandonando mai lo sguardo rivolto verso l’interno, rivolgendosi, alla fine, nuovamente verso il mare interiore che ammutolisce.

Più avanti nella raccolta l’autore afferma che <<Il dolore familiare è una specializzazione / del dolore comune>>, un dolore che rende nemici chi dovrebbe marciare nella stessa direzione e che non è solo suo, ma comune.

Cagnetta è in tal senso un “uomo di pena” ungarettiano che si fa carico della fatica del vivere sua e altrui, della cruda realtà di abitare un corpo ancora troppo vivo per rinnegare il dolore, resistente come foglia che mai muore.

Eppure, nel suo resistere, questo dolore assume la dimensione peculiare di una corporeità ibrida, che si mantiene in bilico fra il suo personificarsi e il sue essere ancora un corpo-casa che non disdegna di compenetrare la materia umana con una natura di spiccata tradizione pugliese. Non sono pochi, infatti, i ricorsi all’area semantica della natura contadina, in cui questo dolore si imbatte e che questo dolore attraversa, facendosi terra, radici, alberi e persino ulivi, senza però totale aderenza panica. Tuttavia, essa incontra la contemporaneità a cui Cagnetta non sfugge e che riplasma attraverso la parola poetica in un itinerario in cui la strada è tutta interiore e in cui la colpa, termine che ricorre con una certa insistenza nei componimenti, ha il peso di un peccato originale che non permette di rimanere a galla.

Si ponga perciò l’attenzione al <<dolore originario>> del componimento 38 che catapulta definitivamente nella sfera della fede cristiana, assieme all’altra ricorrenza lessicale, “dio”, che torna in tempi e in contesti diversi, ma che permette di chiedersi se ci sia spazio per lui, per una certezza così grande dinanzi un dolore così permeante l’animo e il quotidiano vivere.

Ma se la poesia che dà il nome all’intera opera vede l’io poetico risucchiato, bevuto dal mare, il dolore, invece, galleggia; allora bisogna guardarlo in faccia, farci i conti perché, come viene detto più avanti, <<lo si scaccia col chiodo e col martello>>.

In un’atmosfera già pessimistica, allora, assumeranno un certo peso anche i versi-esergo scelti da Cagnetta <<La vita nacque con la morte / la prima portò dolore / la seconda la liberò per sempre>> che sembrano prendere la consapevolezza dell’eterno ciclo della natura di fronte il quale, l’uomo, avvolto dalla caducità, non può che arrendersi, nutrendo però la speranza del sonno eterno, unica liberazione del castigo dell’esistenza. Risulta evidente, qui e in tutta la raccolta, una certa affinità con il Leopardi dello Zibaldone e delle Operette morali come anche di quello che rielabora il rapporto con la natura mediante la lettura di Lucrezio.

Ma il ripetersi di vita e morte non si manifesta esclusivamente attraverso il trapasso corporeo.

La poesia di Cagnetta, come accennato prima, non trascura il quotidiano, ma anzi lo afferra e lo incastra nei versi dopo averlo sottoposto alla lente della sua personale sensibilità.

Così i riti si fanno macigni sul cuore e ritornano con costanza, si avvicendano nell’incessante ripetizione gli attimi sempre uguali della solitudine nella compagnia, dei pranzi in famiglia e del quadro del consueto divano dove il silenzio regna incontrastato al fianco della noia che, nemmeno più divampa nella rabbia, ma fluisce libera, aggrappata com’è al corpo ospitante, allo schiavo del dolore che sopprime lentamente.

Il dolore dell’io non è qui il male di vivere incontrato con frequenza di montaliana memoria, semmai è una perenne (o quasi) condizione esistenziale che pervade, quasi ipertrofica, tutti gli spazi dell’individuo, siano essi fisici o interiori. Quello di Francesco Cagnetta è allora un duro lavoro di scavo in quel gorgo che risucchia, è la messa allo specchio di se stesso.

L’ultima sezione di Il mare beve me stesso, più breve per numero di componimenti e di versi, esprime un disagio che disarma: l’incapacità di rispondere all’umano istinto di esprimersi. Allora la voce trema, rimane appesa fra la gola e la bocca, finché non si indossa la maschera. Questo <<verbo chiuso>>, però, trova riscatto nell’autenticità del suo dispiegarsi nel mistero di una poesia autentica e sorretta dal peso di una tradizione, pur mai disdegnando esperimenti ben calibrati.

da Il mare beve me stesso